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Marocco, dal deserto verso Meknes

Attraversando il deserto roccioso, tra città fantasma, famiglie nomadi, oasi verdissime e foreste di cedri abitate da scimmie.

E così, quando il sultano si adagiò sul letto, Sherazade cominciò a raccontare…

Il sole sale sempre più su dipingendo le dune di nuove sfumature, come alte onde disegnate ogni giorno dal vento, sfilano alla nostra sinistra, facendosi sempre più lontane. La sabbia conserva infinite storie e nasconde infiniti mondi aldilà di questo mare color miele. Il deserto roccioso, silente e sconfinato, è tutto davanti a noi. Dall’alto di una roccia salutiamo le ultime dune. Qualche cespuglio polveroso fa da cornice a questo quadro dai colori oro e ocra. Qua e là vediamo le macchie bianche delle tende.

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Marocco dal deserto verso Meknes attraversando paesaggi lunari

L’auto riparte, le gomme vengono messe a dura prova dal suolo pietroso, oltrepassiamo strade sabbiose e sassi spigolosi. Dal terreno spuntano schegge nere che luccicano nel sole come gemme, la pietra lavica dona un nuovo colore al nostro orizzonte. La sabbia dorata diventa polvere grigia lungo la strada. Il suolo bruciato e il cielo solitario creano uno spoglio scenario, anonimo ma affascinante. Il Marocco dal deserto verso Meknes regala paesaggi quasi lunari.

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Passiamo vicino ad una miniera di quarzo. Poco più avanti sotto una capanna, alcuni venditori espongono oggetti fatti con pietre di quarzo e minerali grezzi trovati nel deserto. Andiamo avanti lungo strade aspre e isolate, attraversiamo un paese abbandonato ormai diventato una città fantasma. Vediamo un dromedario che addenta un cespuglio spinoso, e tanti altri che camminano in lontananza.

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Incontro con una famiglia di nomadi del deserto

Ci troviamo vicino ad un campo nomade e decidiamo di vedere come vive un nomade del deserto. Mustapha, il nostro autista che un tempo era un nomade, fa da tramite tra i nostri mondi così diversi. Una donna ancora giovane, ma col viso segnato dal sole, ci invita nella sua semplicissima casa. I suoi occhi ci sorridono da sotto il velo, mentre è intenta a stendere il pane su un panno bianco.

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Entriamo in una stanza costruita con fango e paglia, ricoperta di canne. Per terra c’è un tappeto berbero, un cuscino dagli originali ricami, una coperta scura, un paio di scarpe consunte, un piccolissimo tavolino basso, e una strana teiera azzurra panciuta che ricorda una zucca.

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Mustapha ci dice che adulti e bambini mangiano in due stanze separate. Sotto una tenda rudimentale, fatta di pali di legno e coperte, ci sono tre bambini, rimangono stesi per un po’su di un materasso e ci guardano con i loro occhioni curiosi.

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Appena fuori l’ingresso della piccola casa nomade c’è un antico telaio, i fili si stanno trasformando in un allegro e coloratissimo tappeto dai fantasiosi disegni geometrici. Oltrepassiamo una tenda coperta di pelli, sotto cui i nomadi conservano grosse cisterne d’acqua. Oggetti, stoviglie e pochi giocattoli sono sparsi un po’ alla rinfusa per il campo. Qualche metro più avanti c’è un asinello, qualche pecora e diversi agnellini.

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Davide guarda interessato gli agnelli e i bambini che giocano. Il tempo scorre lentissimo, i nomadi ne conoscono bene il valore e sanno casa significa la parola libertà. Il pane è pronto per essere infornato nel forno fatto anch’esso di paglia e fango. È il momento per noi di andare.

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tipico forno berbero

Per chilometri proseguiamo attraverso un paesaggio sterile, ma che in se ha una struggente bellezza. Il cuore è gonfio in questo nulla. Gli sguardi, le storie, i luoghi lasciati alle nostre spalle echeggiano nella mente, fissandosi nella memoria. Sullo sfondo si stagliano le rocce del confine Algerino, il suo fascino selvaggio ci invita ad attraversarlo. Chissà quali incredibili meraviglie si nascondono dietro quelle rocce, ma non è ora il tempo di scoprirlo.

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Marocco dal deserto verso Meknes: Rissani e la porta del deserto

Giungiamo a Rissani ed eccola qui, la famosa porta del deserto, il valico che porta nel mondo magico di dune e storie da mille e una notte.

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Il paese è spoglio, famoso solo per un tipico mercato. Oggi però qui pervade il silenzio, è giorno di riposo per la religione mussulmana. Ci fermiamo per mangiare una pizza berbera con cipolle e peperoni, che ci ricorda lontanamente la nostra piadina.

L’enorme palmeto della valle dello Ziz

Proseguiamo ancora tra terra arsa dal sole e strade infinite. Ci fermiamo e ci affacciamo da un promontorio, non crediamo ai nostri occhi, appena sotto di noi si stende un palmeto enorme. Sembra essere un fiume verde di palme da dattero che scende in mezzo ad un canyon. Una vera e propria oasi nel deserto. Qui ci sono i datteri più buoni del Marocco. Siamo nella Valle dello Ziz.

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il palmeto della Valle dello Ziz

La terra diventa man mano sempre più rossa. Poi, in mezzo a questo terreno ferroso vediamo una macchia azzurra, ci sembra un miraggio e invece è un piccolo lago. Decidiamo di fermarci lì, alcune caprette si dirigono anch’esse al lago per abbeverarsi. La macchia azzurra diventa sempre più grande man mano che ci avviciniamo, fino a riempire il nostro orizzonte di insoliti colori freddi. Nonostante i tanti sassi, riusciamo a raggiungere lo specchio d’acqua, scendiamo dall’auto e passeggiamo per un po’ lungo la riva.

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Il lago di Errachidia

Manuele va in avanscoperta e Davide raccoglie mille bastoncini e canne ammucchiandole in un angolo. I bambini sono un po’ stanchi del viaggio, ma mai stanchi di esplorare. Continuiamo il viaggio, dalla radio arriva una canzone araba. Ci aspettano ancora chilometri di strada sinuosa in mezzo al canyon. Vediamo una montagna con sopra disegnate delle strane incisioni bianche in lingua araba.

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Chiediamo alla nostra guida qual è il loro significato, lui dice che sono le tre cose più importanti per il loro popolo: Allah, la terra, (ovvero il Marocco) e il re del Marocco. Di tanto in tanto dobbiamo fermarci perché Davide non sopporta tanto la strada piena di curve. Dopo tante miglia di asfalto, le rocce aspre e spigolose, cedono il passo a colline più dolci e verdi. Siamo arrivai sul Medio Atlante, le montagne innevate si fanno sempre più vicine. Passiamo dal caldo del deserto al fresco di cittadine di montagna.

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i paesaggi prima collinari, poi montuosi del Medio Atlante

Marocco dal deserto verso Meknes: Midelt

Eccoci a Midelt, una grossa installazione a forma di mela posta al centro della città, ci ricorda che siamo nella città delle mele. Attraversiamo la cittadina che ci sembra molto più curata rispetto agli altri paesi incontrati. Vediamo tre parco giochi molto carini dove i bambini possono sostare a giocare. Arriviamo nel nostro albergo, l’Hotel Taddart, la finestra della camera affaccia proprio sulle montagne imbiancate, da qui godiamo di un bellissimo tramonto.

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le vette innevate del Medio Atlante

La sera nella sala grande vengono accesi due grossi camini, un paradosso se penso che appena stamattina eravamo nel bollente deserto. Dall’estate all’inverno in un giorno. Mangiamo a sazietà, proviamo anche le gustosissime mele del posto, poi giunge l’ora di salire in camera. Il nostro albergo è molto caratteristico, arredato con i particolari oggetti che vengono dalla fabbrica di fossili. La mattina ci svegliamo carichi, pronti per un’altra avventura, andiamo ad esplorare la foresta dei cedri di Azrou.

La foresta dei cedri di Azrou

Saliamo un po’ di quota, le colline si fanno sempre più verdi e la vegetazione si infoltisce. Ci inoltriamo in una foresta di cedri, famosa per essere abitata da simpatiche scimmiette. Alcuni ragazzi marocchini ci distribuiscono piccole banane, ed ecco che le scimmie si avvicinano a noi per ricevere il loro pasto. I bambini sono curiosi e contentissimi di osservare le inquiline di questa foresta mentre saltano tra gli alberi.

C’è una tenerissima famiglia di scimmie, con un piccolo appena nato che la madre porta sulla schiena. Un altro cucciolo si scontra con quello che sembra suo padre per avere altre noccioline. È sorprendente poter guardare questi animali nel loro ambiente. Per le tenere bertucce noi non siamo altro che ospiti da scrutare, e qualche volta anche compagni occasionali con cui giocare. Quante sorprese ci riserva il Marocco!

Ripartiamo, il paesaggio cambia nuovamente, incontriamo vallate verdi dove la neve si è sciolta da poco.  Superiamo il confine di una città chiamata Ifrane.

Ifrane, la Svizzera del Marocco

Attraversiamo una città che ci sorprende, le case di montagna dallo stile moderno con i tetti spioventi e le aiuole curatissime, differenziano totalmente dai paesi in stile arabo visti finora. La città è ordinata e pulitissima. Ifrane è chiamata la svizzera del Marocco, qui i marocchini benestanti vengono a sciare in inverno.

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Ci fermiamo e i bambini corrono nelle grandi aiuole verdi raccogliendo qualche soffione. In un secondo mille semi di soffione e bolle di sapone (dalle quali Davide non si separa mai) invadono la piazza. Ci godiamo questa breve sosta prima di ripartire verso la seconda città imperiale.

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Da lontano vediamo le mura della città, ed ecco che come un’apparizione ci troviamo davanti la grande e meravigliosa porta di Meknes.

Sherazade aveva terminato la sua storia. Calò il silenzio. “Che magnifica storia!” Esclamò il sultano. Sherazade sorrise. “Non è niente in confronto a quella che vi racconterò domani”, disse, “se mi concedete di vivere”. “D’accordo”, acconsentì il sultano, “ti lascerò in vita ancora un giorno”.

Quante ore di auto separano il deserto da Meknes

Il primo giorno siamo partiti dal deserto e siamo arrivati a Midelt dove abbiamo dormito, ci abbiamo impiegato circa 5-6 ore. Il secondo giorno, da Midelt a Meknes, ci sono volute circa 4 ore. Il viaggio è lungo ma ne è valsa la pena, la strada è meravigliosa e ogni luogo è una nuova emozionante scoperta.

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Continua a seguire il nostro viaggio nel misterioso, incantato Marocco.

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